Numero 37 - Gennaio 2019

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ISSN 2284 - 3450
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Yuval Noah Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Giunti-Bompiani, Milano, 2018


Guardare lontano. Chi di noi non vorrebbe (o dovrebbe) farlo di più? Ma il tempo a disposizione è poco, le previsioni difficili e così la nostra prospettiva si accorcia sempre di più.


Nei consiglieri di amministrazione, la “vista lunga” è una dote preziosa, che può risultare particolarmente utile per sottoporre a adeguata discussione le strategie proposte dal top management, valutare con efficacia i rischi attuali e futuri dell’organizzazione, impostare lungimiranti politiche di successione.


Gli scenari messi a disposizione dalle imprese, spesso fruiti dai CdA nei momenti di board induction, possono essere utili, anche se propongono per lo più approcci standardizzati e tutto sommato scontati, provenienti dagli archivi delle società di consulenza.


Un supporto complementare (si fa per dire) può essere costituito dalla riflessione individuale, che però deve essere alimentata dalle informazioni giuste e da un modello di ragionamento rigoroso. In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, infatti, la lucidità è potere.


“21 lezioni per il XXI secolo” è in questo senso una formidabile lettura. Il libro affronta alcune delle questioni più urgenti dell’agenda globale contemporanea. Perché la democrazia liberale è in crisi? Che cosa significa l’ascesa dì Trump? Che cosa si può fare per contrastare l’epidemia di notizie false? Il nazionalismo può risolvere i problemi causati dalla disuguaglianza e dai cambiamenti climatici?


È un libro sul presente e su come questo conduce verso il futuro.


L’autore, Yuval Noah Harari (Ph.D a Oxford) insegna presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Gerusalemme e dimostra di avere le idee chiare: “come storico, non posso dare alla gente più cibo o più vestiti ma posso cercare di fare e di offrire un po’ di chiarezza contribuendo ad appianare gli squilibri nel gioco globale. Se questo servirà aggiungere al dibattito sul futuro della nostra specie anche solo un ristretto numero di persone, avrò raggiunto il mio scopo”.


Il volume è suddiviso in cinque parti. Le prime due sono un classico in opere di questa natura (la sfida tecnologica e la sfida politica), mentre la terza “disperazione e speranza” tratta temi più scivolosi, il terrorismo, la guerra, Dio e il laicismo, peraltro indispensabili per una visione d’insieme degli scenari che ci riguardano. La quarta parte si occupa della “verità e della post verità (“sapete meno di quello che credete di sapere”). La quinta e ultima parte fornisce al lettore un kit di sopravvivenza in questa epoca di disorientamento, costituito dall’istruzione, dal senso della vita e dalla meditazione.


Secondo Harari, in estrema sintesi, l’uomo non può più affidarsi ai sistemi politici passati e attuali oppure solamente alle proprie credenze religiose in un contesto così complesso come quello attuale. Occorre che l’uomo riacquisti una facoltà che sembra essere andata largamente perduta: la lucidità, che permette di riconoscere il vero dal falso e che spoglia la realtà di tutte le illusioni, rendendola razionale. Affidarsi alle informazioni verificate è una buona strada, così come alla conoscenza, anche se la tecnologia ed i media tendono sempre più a svolgere un ruolo non neutrale, da cui occorre diffidare.


Il libro, nonostante le oltre 500 pagine, è una lettura piacevole, grazie anche alla chiarezza dell’autore, che riesce a rendere comprensibili anche i fenomeni più complessi, ed a una traduzione davvero riuscita nella versione in italiano, ed è accompagnato da una bibliografia particolarmente mirata.


La tecnologia appare nel libro di Harari minacciosa, al punto da mettere in discussione la libertà delle scelte individuali. In questo senso, come rileva Nellie Bowles del New York Times, che ha accompagnato l’autore - in una sorta di recensione itinerante del volume - durante una serie di conferenze nella Silicon Valley, è stupefacente il successo registrato negli incontri con i protagonisti della rivoluzione digitale. “Vi è la possibilità che i miei messaggi non siano percepiti come minacciosi e che la mia visione sia condivisa anche qui” si chiede Harari nell’articolo pubblicato dal NYT il 15 novembre 2018. “Oppure mi sfugge qualcosa?“.


In effetti, il bello del futuro è che (forse) non è ancora stato scritto.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


Alessandro Carretta, membro del Consiglio Direttivo Ned e del Comitato Editoriale della Rivista (alessandro.carretta@fastwebnet.it)


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